In bioetica (come nel governo) è tutta questione di fiducia?


(Clicca sulla quinta icona da destra per sottotitoli in italiano)

L’autonomia è una nozione centrale nella letteratura filosofica, in particolare se si tratta di bioetica. L’autonomia va conquistata, difesa, rispettata, garantita. Molti la invocano, ma è raro trovare due persone che siano d’accordo su come definirla. L’etimologia risale al greco autonomos, ‘colui che si governa con proprie leggi’, cioè indipendente. Nel VIII secolo a.C. erano le poleis ad essere autonome: città-Stato le cui leggi venivano stabilite dai cittadini.

In bioetica l’autonomia prende piede per due motivi: sta alla base delle procedure di consenso informato e può funzionare come antidoto contro atteggiamenti paternalistici da parte dei medici. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la medicina ha a disposizione molte innovazioni potenti – penicillina, chemioterapia, pacemaker, defibrillatore – e i medici non possono pensare di applicare queste possibilità terapeutiche guidati soltanto dal principio di beneficenza, altrimenti rischiano di perpetrare abusi di potere nei confronti dei pazienti. Bisogna ripensare la relazione medico-paziente cercando di garantire equilibrio tra le parti. Il modello ippocratico secondo cui il medico ne sa di più del paziente e agisce per il suo bene non sta al passo coi tempi. Meglio considerare il rapporto medico-paziente come un contratto, una partnership con valore etico e simbolico. In questo contesto, l’autonomia sembra un buon modo per contenere derive paternalistiche. Robert Veatch nel 1984 parla di trionfo dell’autonomia. Ma cosa si intende esattamente con la parola ‘autonomia’? Per Gerald Dworkin è un termine inflazionato, vago, di cui spesso si abusa:

«È usato a volte come equivalente di libertà (positiva o negativa, secondo la terminologia di Berlin), a volte come equivalente di autogoverno o sovranità, a volte come identico alla libertà del volere. È messo sullo stesso piano della dignità, dell’integrità, dell’individualità, dell’indipendenza, della responsabilità e della conoscenza di sé. [L’autonomia] viene identificata con qualità di autoaffermazione, con la riflessione critica, con la libertà da obblighi, con l’assenza di cause esterne, con la conoscenza dei propri interessi. È [un termine] addirittura equiparato da alcuni economisti all’impossibilità di paragoni interpersonali. È connesso ad azioni, a credenze, a ragioni per agire, a regole, alla volontà delle altre persone, a pensieri e a princìpi. Grossomodo le uniche caratteristiche che si mantengono costanti da un autore all’altro sono che l’autonomia è una peculiarità delle persone e che è una qualità desiderabile da possedere. È improbabile che ci sia un significato essenziale che stia alla base di tutti questi diversi usi del termine».

(Gerald Dworkin, The Theory and Practice of Autonomy)

Onora O’Neill rifiuta la prospettiva di trionfo dell’autonomia ipotizzata da Veatch e allo stesso tempo risponde alla domanda di Dworkin promuovendo un modello di autonomia di tipo neokantiano, dove autonomo è l’agente che sceglie senza lasciarsi condizionare dall’esterno e che è in grado di comunicare agli altri le sue buone ragioni per comportarsi in un certo modo. C’è di più: per O’Neill spesso in bioetica si confondono questioni di autonomia con questioni di fiducia. L’autonomia non può essere ridotta al consenso informato, alla possibilità di sire ‘sì’ o ‘no’ a una terapia. L’autonomia va oltre la scelta di un’opzione e alle volte, quando la malattia porta condizioni di particolare debolezza psico-fisica, proprio per fare la propria scelta si preferisce appoggiarsi al parere di qualcuno di cui ci si fida. trust-dogAnche a proposito di fiducia si fa confusione. Nel video qui sopra O’Neill parte dall’opinione comune e racconta che cosa, secondo lei, non capiamo della fiducia. Nella nostra società regnano tre cliché circa la fiducia: un’affermazione, un obiettivo e una sfida.

  1. «La fiducia è in declino» è un’affermazione superficiale, perché secondo i sondaggi nel tempo le categorie di persone di cui ci si fida (o non ci si fida) non cambiano: si tende a diffidare di politici e giornalisti, mentre ci si fida di giudici e infermieri. Peraltro, quando ci si fida di qualcuno, è sempre per uno scopo preciso: un’insegnante elementare può essere affidabile se si tratta di insegnare alla classe a leggere e scrivere, ma non quando è il momento di guidare lo scuolabus.
  2. «Dovremmo avere più fiducia» è un obiettivo stupido, secondo O’Neill. Bisognerebbe puntare ad avere più fiducia in chi se la merita e decisamente meno fiducia in chi non se la merita. Il vero obiettivo, allora, è scoprire se i nostri interlocutori sono degni di fiducia oppure no. Sono competenti? Sono onesti? Sono affidabili?
  3. Anche la sfida, «Dovremmo ricostruire la fiducia», non regge. La fiducia è qualcosa che viene dato alle persone da altre persone, non è qualcosa che si costruisce da sé. La fiducia va meritata. Nella vita di tutti i giorni si cercano relazioni dove le persone siano degne di fiducia e possano giudicare l’affidabilità altrui.

Si può dire allora che autonomia e fiducia si specchiano l’una nell’altra. Entrambe si sviluppano all’interno di relazioni e richiedono capacità, la capacità di giudizio e quella di comunicare. In un caso comunicare significa riuscire a condividere le proprie ragioni morali, nell’altro mostrarsi affidabili.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...