Utero in affitto: un desiderio (legittimo) non è un diritto

No. Per rispondere alla domanda sollevata la settimana scorsa dal post di Marco Procopio, paragonare il governo Gentiloni al frutto di una gravidanza con madre surrogata non dovrebbe essere di per sé un insulto. L’utero in affitto o “gestazione per altri” è una delle possibilità offerte dal continuo progresso in campo medico e biotecnologico. D’altra parte sì, «il desiderio di un’altra persona di avere un figlio non può essere valutato a priori e squalificato come “eccessivo”». È legittimo desiderare di diventare genitori, anche quando per un qualche motivo non si riesce a procreare. Ma da un desiderio, pur legittimo, non segue necessariamente un diritto. Onora O’Neill diceva che si può parlare di diritti quando dall’altra parte esistono doveri corrispettivi (e qualcuno chiamato a far fronte a questi doveri). Un conto è invocare il diritto di scegliere un proprio probaby-armgetto di vita ponderato e responsabile quando si ricorre ai contraccettivi e, in una certa misura, all’aborto. Tutt’altro paio di maniche è parlare di diritto alla riproduzione. Riprodursi non è solo questione di realizzazione personale: è una scelta che riguarda la persona con cui si procrea e il bambino che nascerà da questa scelta. Un bambino che sarà dipendente dai genitori (o dal genitore, nel caso in cui fosse cresciuto da un individuo soltanto) e verso cui si avranno responsabilità per lungo tempo. C’è più di una persona e più di una vita in ballo. Ci sono relazioni.
«Non è certo un compito della politica stabilire che cosa sia giusto o sbagliato desiderare», scriveva ancora Marco. Vero. Ma se si tratta di utero in affitto, la politica non giudica un desiderio. Legifera per regolamentare la sua realizzazione nel momento in cui non si è in grado di provvedere “da soli” al suo concretizzarsi e si richiede l’aiuto dello Stato. Tra i compiti dello Stato c’è la promozione dell’autonomia dei suoi cittadini – intesa come capacità delle persone di scegliere e realizzare un proprio progetto di vita senza essere trattati paternalisticamente – ma anche il dovere di proteggere chi è più fragile e vulnerabile. Questi due elementi compaiono nella Dichiarazione di Barcellona del 1998 tra i princìpi europei di bioetica e biodiritto – pensati per stimolare la cultura costituzionale europea e sviluppare un dibattito globale che faccia fronte alle questioni di giustizia sollevate dalle nuove conquiste della medicina considerando gli esseri umani sempre anche come fini e mai come meri mezzi – in un contesto di solidarietà e «nello spirito di una cittadinanza responsabile».

«L’autonomia non dovrebbe essere interpretata solo nel senso liberale di ‘permesso’ fornito per un trattamento o una sperimentazione. Dovrebbero essere considerate cinque qualità: 1) la capacità di creare idee e obiettivi per la vita; 2) la capacità di discernimento morale, ‘autolegislazione’ e privacy; 3) la capacità di riflettere e agire senza coercizione; 4) la capacità di responsabilità personale e coinvolgimento politico; 5) la capacità di consenso informato. Ma l’autonomia non può esprimere appieno il significato del rispetto per la protezione dell’essere umano. L’autonomia rimane solamente un ideale, a causa dei limiti strutturali imposti dalla finitezza umana e dalla dipendenza da condizioni biologiche, materiali e sociali, dalla mancanza di informazioni per il ragionamento ecc. Dobbiamo riconoscere la persona umana come un corpo vivente situato in uno specifico contesto. L’autonomia in relazione a bambini piccoli, persone in coma e persone con malattie mentali rimane una questione aperta». 

«La vulnerabilità esprime due idee fondamentali: a) esprime la finitezza e la fragilità della vita che, in coloro che sono capaci di autonomia, fonda la possibilità e la necessità di tutta la moralità. b) La vulnerabilità è l’oggetto di un principio morale che richiede cura per il vulnerabile. Vulnerabili sono coloro la cui autonomia, dignità o integrità possono essere minacciate. In questo senso tutti gli esseri, in quanto portatori di dignità, sono protetti da questo principio. Ma il principio di vulnerabilità richiede specificamente non solo di non interferire con l’autonomia, la dignità o l’integrità degli esseri umani, ma anche che essi ricevano assistenza affinché possano realizzare il loro potenziale. Da questa premessa consegue che vi sono diritti positivi per l’integrità e l’autonomia che fondano le idee di solidarietà, non discriminazione e comunità».

(Dichiarazione di Barcellona, 1998)

«Quando una dpancione-blurosaonna sceglie liberamente di partorire un figlio per chi un figlio non può o non riesce ad averlo, è una scelta esclusivamente sua» si diceva nel post in questione. Una posizione di questo tipo sottintende un’idea di autonomia come non dipendenza, come autosufficienza. Ma questo genere di autonomia è un ideale, non è mai pienamente raggiungibile dagli esseri umani. Uomini, donne e bambini sono mortali e fragili, crescono e vivono all’interno di relazioni e dipendono dalle possibilità e dai limiti di un corpo. La donna che sceglie di partorire un figlio per qualcun altro, ospita il feto nel suo corpo per nove mesi ed è in qualche modo in relazione con lui, anche se non ne condivide il patrimonio genetico. Ci sono casi di donne che si sono ritrovate a crescere dei figli per aver dato la propria disponibilità a sostenere una maternità surrogata e poi essersi rifiutate di abortire nel momento in cui i bebè in arrivo non corrispondevano più alle aspettative dei committenti.

Britteneyrose e Melissa, entrambe californiane, decidono di disporre del proprio corpo liberamente e di prestarsi alla gestazione per altri. In entrambi i casi la gravidanza porta allo sviluppo di tre feti sani, ma i genitori dei bambini ne desiderano solo due e chiedono alle madri surrogate di abortire il terzo. Melissa e Britteneyrose si appellano ancora una volta alla libertà di disporre del proprio corpo e si rifiutano di sottoporsi all’aborto. Risultato? Diventa loro responsabilità portare a termine le gravidanze e occuparsi dei bambini. C’è chi dice che l’aumento della possibilità di scelta, in certi ambiti, indebolisca il senso di solidarietà tra i membri del genere umano. Se qualcosa ti è capitato e non tutto procede nel migliore dei modi, è abbastabici-01nza facile provare empatia nei tuoi confronti e sentire il dovere di aiutarti. Ma se qualcosa te lo sei scelto, è un altro discorso. «Vuoi la bicicletta? Pedala».
Ecco perché chi desidera diventare genitore ma non ci riesce dovrebbe valutare prima l’ipotesi di adottare. O quantomeno l’accesso alle nuove tecniche riproduttive dovrebbe essere regolato dagli stessi criteri che vigono per le adozioni.

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