Aborto e contraccezione: Trump, Obama e la legge italiana a confronto

«Per fortuna la spirale dura di più del mandato di un presidente». Si incontrano fiumi di commenti di questo tipo, se si digita l’hashtag #IUDs su Twitter o Facebook. È la sigla anglofona per intrauterine devices, ossia dispositivi per la contraccezione a lungo termine che vengono posti nell’utero femminile. Pare sia l’argomento più cliccato sul web dopo l’elezione di Donald Trump a 45esimo presidente Usa. Il tycoon ha fatto del no all’aborto un suo cavallo di battaglia durante tutta la campagna elettorale, prima dichiarando all’emittente televisiva Msnbc che «Per le donne che abortiscono ci vorrebbe una punizione» e poi accusando l’avversaria democratica Hillary Clinton di esser pronta a strappare il feto dall’utero materno anche al nono mese di gravidanza. Dopo la vittoria alle elezioni, Trump ha ribadito la sua posizione in un’intervista al programma 60 minutes della Cbs. Per questo motivo le donne americane temono che il nuovo inquilino della Casa Bianca renderà presto più difficile e costoso l’accesso ai contraccettivi e stanno cercando di correre ai ripari prima che la riforma sanitaria di Obama venga smantellata. A dirlo è il periodico Forbes. Il rischio è che milioni di donne scelgano di ricorrere a metodi contraccettivi a lungo termine come la spirale solo per motivi economici – alcune tipologie di IUDs durano fino a 10 anni – senza chiedersi se questi metodi siano i più adatti a loro dal punto di vista medico-sanitario.

Che cosa c’entra in tutto questo la cosiddetta Obamacare? Il Patient Protection and Affordable Care Act – questo il nome ufficiale della riforma – poggia su tre pilastri: ogni cittadino deve munirsi di assicurazione sanitaria, altrimenti viene multato dallo Stato. Nessun ente assicurativo può rifiutare la copertura a un paziente per via delle sue condizioni di salute (attuali o passate) e lo Stato si impegna a fornire sussidi legati agli stipendi per permettere anche ai meno abbienti di sottoscrivere un’assicurazione. Un altro punto di questa riforma sanitaria prevede che i datori di lavoro, Chiese escluse, coprano ai dipendenti le spese assicurative legate ai contraccettivi. È in corso una disputa in proposito: il caso Zubik vs. Burrell. Alcuni enti religiosi accusano lo Stato di violare la loro libertà all’esercizio della religione obbligandoli a fornire contraccettivi, mentre lo Stato si difende sostenendo che in caso di obiezione a carattere religioso gli enti possono delegare la responsabilità a un’assicurazione che gestisca direttamente i rapporti con l’impiegato. La Corte suprema ha sospeso il suo giudizio in materia. Sia come sia, le donne americane – anche le più povere – al momento possono permettersi contraccettivi a costi abbordabili, mentre pare che con Trump presidente non sarà più così. Alla Corte Suprema c’è un seggio vacante da tempo, e The Donald è deciso a sostituirlo con un giudice pro life.

pregnant-sunsetAnche l’aborto rientra tra le prestazioni sanitarie per cui Obama ha voluto coperture assicurative più accessibili, ma a livello legislativo e morale il quadro si complica. L’argomento standard di chi lo condanna moralmente può essere riassunto così: tutti gli esseri umani innocenti hanno diritto alla vita. Il feto è un essere umano innocente, quindi il feto ha diritto alla vita. Dato che l’aborto viola il diritto alla vita del feto, l’aborto diretto è sempre moralmente ingiusto. Chi volesse controbattere a questo ragionamento ha due alternative a disposizione: negare che il feto sia un essere umano innocente, oppure ammettere il diritto alla vita del feto ma considerarlo un diritto in conflitto con altri (ad esempio il diritto di scelta responsabile della donna) e quindi cercare una mediazione – un bilanciamento – tra i diversi dritti in conflitto.

La legge americana segue il primo percorso. La sentenza Roe vs. Wade del 1973 ruota tutta attorno al concetto di privacy: dato che non si può stabilire in modo incontrovertibile che il feto sia a tutti gli effetti un essere umano innocente, la decisione sta alla donna e lo Stato non deve interferire con le decisioni individuali più intime. D’altra parte il diritto alla vita stabilito dal quattordicesimo emendamento si riferisce a persone, ma il termine ‘persona’ non si può attribuire a qualcosa che non è ancora nato. In pratica lo Stato non può impicciarsi delle scelte della donna in nome della difesa di diritti di un individuo che ancora non è al mondo. La vita potenziale del feto diventa interesse dello Stato solo quando la gravidanza è a uno stadio tale per cui si può prevedere la sopravvivenza del feto al di fuori del grembo materno. In tutti gli altri casi la donna è libera di scegliere, purché si faccia carico di tutte le spese necessarie a sostenere l’aborto.

L’Italia preferisce invece la seconda possibilità. «Tutela sociale della maternità», ecco di cosa parla la legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza. L’aborto non può essere considerato uno strumento per il controllo delle nascite ed è compito dello Stato aiutare le donne ad accogliere i figli. Per questo motivo l’aborto volontario è consentito solo quando il diritto alla vita del feto entra in conflitto con il diritto alla salute fisica o psichica della donna. Il rischio psico-fisico dev’essere certificato da un medico e, se l’intervento non è giudicato urgente, devono trascorrere almeno sette giorni dal rilascio del certificato prima di poter eseguire l’aborto. L’idea è quella di concedere alla donna del tempo per vagliare soluzioni alternative. In ogni caso, l’intervento può essere eseguito solo in strutture autorizzate e le spese sono a carico dello Stato. Si può essere favorevoli o contrari all’aborto, ma consola sapere che la legge italiana – almeno in teoria – non vuole derubricare le difficoltà delle donne in gravidanza a questioni private.

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